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PRIMO PIANO – Elaborata la strategia del ricorso AIOP avverso il tariffario nazionale (DM 18/10/2012)

di Enzo Paolini - 20.03.2013 16:02


AVV. ENZO PAOLINI



Lo scorso 15 marzo si è riunito il Collegio Legale AIOP che ha condiviso la strategia del ricorso al TAR Lazio avverso il DM 18/10/2012. All’incontro hanno partecipato anche i legali Anisap e Ursap che presentano un ricorso simile per la parte relativa al tariffario ambulatoriale.

Questi ricorsi si stanno caratterizzando per la mole numerica dei ricorrenti: sono 327 quelli dell’Anisap, 60 quelli dell’Ursap e ca. 250 quelle dell’Aiop, queste ultime pari a 25 pagine di fogli dattiloscritti. I ricorsi, quindi, si stanno rivelando una class action, la prima del settore in Italia.

Riportiamo un breve estratto del commento dell’avv. Enzo Paolini, membro del Collegio Legale Aiop, in materia.



Va rassegnata una breve premessa indispensabile per delineare lo sfondo di politica sanitaria nel quale si inquadra una azione amministrativa che strumentalizza la riconosciuta discrezionalità del pubblico funzionario, e piega il diritto potestativo della P.A. al perseguimento dell’interesse pubblico verso un fine solo apparentemente collettivo (quello al contenimento della spesa) ma che in realtà risulta essere solo un pretesto – lesivo degli interessi dei singoli – opposto all’incapacità di conseguire il bene comune mediante le azioni proprie (contenimento degli sprechi, incentivi alla competitività e premia per la qualità, economia scolari ecc. ecc.).

I ricorrenti sono ben consapevoli dell’orientamento costituzionale secondo il quale quello all’assistenza sanitaria non sarebbe un diritto assoluto ed incomprimibile quanto piuttosto condizionato dalla limitatezza delle risorse destinate al suo soddisfacimento. Tuttavia ritengono escluso dalle intenzioni degli autori di tale intervento interpretativo che un siffatto condizionamento, una simile compressione del diritto del cittadino possa giungere sino all’estrema conseguenza del ripristino del monopolio statale in termini di servizio sanitario.

Se così non è – e non è – allora occorre tener presente, nell’azione amministrativa che qui si esprime con il decreto impugnato - da un lato che il cittadino paziente ha diritto all’erogazione in modi, termini e tempi adeguati, dei cosiddetti LEA (cioè delle prestazioni sanitarie comprese nei Livelli Essenziali di Assistenza, finanziate dalla fiscalità generale) e dall’altro che le strutture private - le quali ai sensi delle normative vigenti e dei principi costituzionali in tema di libera impresa, forniscono prestazioni sanitarie sulla base della libera scelta dei cittadini – debbano essere remunerate in maniera sufficiente e dignitosa.

Se si dovesse affermare il contrario – e cioè che si possa derogare ai LEA oppure che le prestazioni in essi compresi possano essere remunerate sottocosto – dovremmo concludere che nel nostro Paese si è introdotta una sorta di monopolio mascherato da mercato regolato; e che invece è un mercato iniquo nel quale lo Stato, oltre ad essere direttamente erogatore del servizio attraverso i propri ospedali, nello stesso tempo stabilisce le tariffe, i budget, i controlli ed i tempi di pagamento dei propri concorrenti, cioè gli ospedali privati. E quando lo fa – come nel caso – senza alcuna dimostrazione della correttezza e dell’equità del proprio operato, il proprio potere tracima nell’illegittimità inammissibile di uno Stato di diritto.

E’ pacifico il principio secondo cui le Regioni nell’ambito del S.S.N. sono impegnate ad assicurare l’erogazione delle prestazioni sanitarie da parte di strutture private in regime di accreditamento (e cioè in forma diretta) a fronte di tariffe corrispondenti ed adeguate cioè ai costi effettivi.

Di tale principio si è fatto carico in particolare l’art. 8 sexies D.Lgs. n. 502/92 e successive modificazioni ed integrazioni, che ha fissato un rapporto diretto tra prestazioni e tariffe predeterminate e cioè le tariffe da corrispondere alle strutture accreditate “sulla base di standard organizzativi e di costi unitari predefiniti dei fattori produttivi” (co. 3).

A chiarimento e completamento di tale principio si è nel corso del tempo consolidata una giurisprudenza (pur sempre di codesto Tribunale), confermata pur anche dal Consiglio di Stato (circa i criteri per la determinazione delle tariffe in questione), “secondo cui, in materia tariffaria, la motivazione dei provvedimenti deve necessariamente consistere in una connessione logica tra l’accertamento dei costi e la misura delle tariffe (Cons. Stato, IV, n. 1839/01) avuto riguardo al costo standard di produzione per prestazione calcolato sulla base dei costi rilevati presso un campione di soggetti erogatori pubblici e privati”.

Il citato art. 8 sexies più recentemente è stato oggetto di modificazioni in virtù dell’art. 15, co.l5, 16 e 17, D.L. 6 luglio 2012 n. 95, convertito nella legge 7 agosto 2012, n. 135, che ha innovato il percorso procedurale nella subiecta materia assumendo, come base per la determinazione delle tariffe massime in sede nazionale, i “dati di costo disponibili e, ove ritenuti congrui e adeguati, dei tariffari regionali”. Ciò in luogo della precedente ed articolata previsione del comma 5 del citato art. 8 sexies che invece ha sin qui affidato il compito in questione essenzialmente ai sistemi di classificazione “che definiscono l’unità di prestazione e di servizio da remunerare” e alla determinazione delle tariffe massime “in base ai costi standard di produzione e di quote standard di costi generali, calcolati su un campione rappresentativo di strutture accreditate”.

Insomma l’innovazione introdotta ha inteso valorizzare sostanzialmente i dati disponibili ... dei tariffari regionali: dati quindi che spettava poi al decreto di attuazione elaborare con riguardo alle realtà acquisite attraverso i tariffari regionali e, dunque, renderli visibili e dettagliati stante che, ragionevolmente, l’esigenza motivazionale resta nella sua logica un cardine dell’ordinamento e rende attuale l’indirizzo giurisprudenziale di cui si è fatta già menzione.

E’ invece accaduto che il predetto decreto, adottato il 18.12.2012 (e pubblicato il successivo 28 gennaio 2013) si è limitato a riprodurre pedissequamente il testo della legge, ritenendo così esaurito ogni incombente motivazionale ed istruttorio per la determinazione delle tariffe massime in ordine alle diverse branche di assistenza, di cui agli allegati 1, 2, 3 al decreto stesso.

Pertanto, quello che la legge ha indicato come criterio generale per stabilire le tariffe massime da corrispondere per le singole prestazioni sanitarie con riguardo ai dati già disponibili, derivabili dai sperimentati precedenti acquisiti, presupponeva poi che in sede attuativa l’applicazione di tale criterio fosse confortato e avvalorato da un campionario rappresentativo idoneo a dare contezza significativa che, anche se mutuata dai “dati disponibili”, fosse comunque in grado di supplire, pur se sul piano empirico, alla verifica “dell’indefettibile connessione logica – motivazionale tra accertamento dei costi e la misura delle tariffe”.

Nulla di tutto questo traspare dall’adottato decreto che, avendo esaurito la sua ragione attraverso la riproduzione testuale del criterio di legge senza la conforme applicazione, ha finito con il concepire indicazioni tariffarie prive di ogni supporto valutativo convincente, tanto che il fine del risparmio è prevalso sui canoni elementari alla base del sottostante procedimento.