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APPROFONDIMENTI - Cassazione: depenalizzazione colpa lieve, panetteria della practice medica al lavoro

di Enrico M. Andreoli - 30.04.2013 15:31


Enrico M. Andreoli, Giurista sanitaria



Lo scorso 29 gennaio la Suprema Corte di Cassazione ha sancito formalmente l’introduzione applicativa della news legislativa contenuta nell’articolo 3 del “Decretone” Balduzzi dello scorso autunno, id est che la condotta del medico caratterizzata da “colpa lieve” si posta «all’interno dell’area segnata da linee guida o da virtuose pratiche mediche, purché esse siano accreditate dalla comunità scientifica», non presenta più (rispetto al passato) rilevanza penale. Una novità di non poco conto per i camici bianchi.

In sostanza, Piazza Cavour ha avallato la parziale abrogazione delle fattispecie colpose configuratesi a carico dei c.d. providers, in ossequio anche al comma 4 dell’articolo 2 del codice penale, disciplinante il principio del c.d “favor rei” («Se la legge del tempo in cui fu commesso il reato e le posteriori sono diverse, si applica quella le cui disposizioni sono più favorevoli al reo, salvo che sia stata pronunciata sentenza irrevocabile»).

Quindi vige la Legge Balduzzi, anche per i casi pendenti. I Supremi Giudici difatti, hanno annullato con rinvio la condanna per omicidio colposo imposta ad un chirurgo, il quale, durante un intervento di ernia del disco, aveva leso i vasi sanguigni del paziente, determinando un’emorragia fatale.

Al giudice di merito è stato demandato un sindacato ulteriore per determinare se il medico si sia mosso nell’alveo delle best practices suesposte e per delimitare conseguentemente i confini lievi o gravi della colpa.

Si tratta della prima deliberazione giurisprudenziale in attuazione della nuova Legge, il cui estensore (il Ministro Balduzzi) in seguito alla pronuncia ha commentato favorevolmente in quanto permette «una maggiore serenità nello svolgimento delle prestazioni sanitarie».

Occorre riportare al riguardo anche il parere di Gianfranco Ladecola (ex giudice di Cassazione), il quale precisa che la depenalizzazione concorre solamente per il vizio di “imperizia” («insufficiente attitudine a svolgere un’attività che richiede specifiche conoscenze di regole scientifiche e tecniche dettate dalla scienza e dall’esperienza, pertanto identificabile con una preparazione insufficiente, assenza di cognizioni fondamentali e indispensabili per l’esercizio della professione medica»), e non per “imprudenza” («insufficiente ponderazione di ciò che l’individuo è in grado di fare, violazione di una regola di condotta, codificata o lasciata al giudizio del singolo, con obbligo di non realizzare una azione o di adottare, nell’eseguirla, precise cautele») e la “negligenza” («trascuratezza, mancanza di sollecitudine ovvero di un comportamento passivo che si traduce in una omissione di determinate precauzioni»), come ad esempio la dimenticanza di una garza.

Per queste ultime due ipotesi, secondo il former judge, persisterebbe ogni tipologia di colpa, pena la censura di incostituzionalità.

In realtà, ancora un vero accreditamento delle linee guida e una definizione omogenea delle «virtuose pratiche mediche» devono essere trovati, in modo da inserire la responsabilità medica in una logica di sistema, come sollecitato dall’ANAAO (ex Associazione Nazionale Aiuti Assistenti Ospedalieri, ora Associazione Medici Dirigenti) e dal SUMAI (Sindacato Unico di Medicina Ambulatoriale Italiana).

La “panetteria” della practice e della responsabilità medica si rimette all’opera, come ogni giorno, ma con la consapevolezza di un nuovo ingrediente da inserire nella formazione della propria coscienza professionale. Un prodotto nuovo che necessita però di una sperimentazione attenta e delicata, perché il destinatario è sempre il paziente e il rapporto di fiducia con il medico curante è il suo “pane” (auspicabilmente non quotidiano). E la nuova liability clinica deve essere inserita lentamente nel forno della responsabilizzazione medica.

La “lievitazione” del riconoscimento della nuova practice è agli albori.