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APPROFONDIMENTI GIURIDICI - Cassazione: punito il primario “Vessat..t..ore” troppo protagonista

di Enrico M. Andreoli* - 12.06.2013 17:10

Risulta perseguibile per il reato di abuso d’ufficio il primario che compie atti di “dequalificazione” professionale nei confronti dei propri dipendenti con aggiuntivi atteggiamenti di emarginazione punitivi o finalizzati all’abbandono della struttura dei medesimi.

Haec est la pronuncia n. 41215/2012, depositata lo scorso autunno dalla Sesta Sezione Penale della Cassazione, con la quale si provvede al rigetto del ricorso del medico e dell’azienda ospedaliera, in qualità quest’ultima di responsabile civile poiché violante l’articolo 13 del DPR n. 3 del 1957 (“Statuto degli impiegati civili dello Stato”).

I Giudici “nomofilattici”, enucleando il principio di diritto per cui «il primario di un ospedale è tenuto, quale pubblico dipendente, a prestare la propria opera in conformità delle leggi e in modo da assicurare sempre l’interesse della Pubblica Amministrazione, in particolare, ispirandosi nei rapporti con i colleghi al principio di una assidua e solerte collaborazione», asseriscono la sussistenza di comportamenti vessatori e di estromissione nei confronti dei medici di reparto che non assecondino le sue scelte, tramutandosi pertanto nella previsione contenuta nell’articolo 323 del Codice penale (“(…) il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che, nello svolgimento delle funzioni o del servizio (…) arreca ad altri un danno ingiusto è punito con la reclusione da sei mesi a tre anni”).

Ma il comportamento del direttore di reparto rileva altresì sotto il profilo della violazione dell’articolo 97 della Costituzione, nella sua parte immediatamente precettiva che impone alla P.A. di agire secondo criteri di imparzialità.

Il che si traduce nel divieto di favoritismi e nel divieto di vessazione, isolamento e discriminazione motivata da ritorsione e diretta a procurare un ingiusto danno.

In species il direttore di una clinica urologica universitaria del Veneto era stato rinviato a giudizio per il citato reato di abuso d’ufficio (art. 323 c.p.) e interruzione di pubblico servizio (art. 340 c.p.), accusato di avere mantenuto costanti atti dequalificanti nei confronti di due sostituti che si erano rassegnati a svolgere mansioni emarginate e in un caso ad accettare di svolgere l’incarico in un presidio di livello inferiore.

Il Tribunale di Padova dichiarava l’imputato colpevole con conseguente condanna, con le attenuanti generiche, alla pena di un anno e sei mesi di reclusione, con la sospensione condizionale, disponendo una provvisionale e, in solido con l’Aou in qualità di responsabile civile, al risarcimento dei danni a favore dei medici per una somma pari a 150mila euro.

La condanna veniva parzialmente ridotta dalla Corte d’Appello di Venezia che lo assolveva dal reato di interruzione di pubblico servizio, limitando a 70mila euro il valore della suddetta provvisionale.

La Suprema Corte, con spirito confermativo dell’indirizzo decisorio precedente, puntualizza il fatto che l’imputato abbia la specifica volontà di colpire i sottoposti nell’attività più importante e “specializzante” del chirurgo, sospendendone la crescita lavorativa e arrecando in questo modo un danno professionale alla nomea, alla vita di relazione e alla sfera psicologica.

Ergo, il primario, che riveste una funzione rimarchevole di professional and ethical leader non può tramutarsi in un “Mangiafuoco” dispotico e discriminante sulle aspirazioni legittime di crescita dei medici di reparto, suoi sottoposti, ma non emarginanti.

I camici bianchi alle dipendenze della guida pubblica medica non sono “burattini”, messi di qua e di là a piacimento e a detrimento della loro reputazione clinica, bensì discenti e consapevoli professionisti della medicina, la cui integrità di formazione e di apprendimento deve essere preservata a favore della salus publica.

Non vi è spazio per padroni “vessat..t..ori” troppo protagonisti.


*Giurista sanitario