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APPROFONDIMENTI – La necessità di un modello organizzativo ai sensi del D.lgs. 231/2001 in materia di prevenzione dei reati

di Giuseppe De Marco - 25.07.2013 12:38


Avv. Giuseppe De Marco, Rappresentante in AIOP per Villa Giuseppina



Una donna anziana, ricoverata in una casa di cura, cade dalla finestra della stanza e si procura lesioni che dopo quindici giorni la portano alla morte. Gli imputati di omicidio colposo sono il legale rappresentante della società che gestiva la casa di riposo e la dipendente, addetta all’assistenza degli ospiti della struttura.

È stato accertato che la vittima era stata ricoverata nella casa di risposo dai suoi familiari che avevano informato il responsabile della struttura delle condizioni di salute e cioè che la medesima era affetta da demenza senile di origine vascolare e degenerativa, la malattia di Alzheimer.

Erano sorti però problemi, poiché la donna dava fastidio alla compagna di stanza e anche ad altri pazienti, dal momento che usciva dalla propria stanza per entrare nelle camere di altri ricoverati. Veniva così spostata nella stanza posta al primo piano. Qui, la notte, la porta della stanza veniva chiusa a chiave.

Particolarità dell’incidente: la donna era caduta dalla finestra della stanza in cui era ricoverata; una finestra collocata a una altezza di circa un metro e 30 da terra, la cui chiusura richiedeva una certa pressione.

“Tuttavia era inequivocabile che la donna fosse riuscita ad aprirla e che la medesima fosse salita sul davanzale e, senza rendersi conto di sporgersi nel vuoto, avesse proseguito a camminare, spinta dalla volontà di uscire, cadendo perpendicolarmente a terra e cagionandosi le lesioni che poi la conducevano a morte”.

La Corte di Cassazione rigetta i ricorsi degli imputati, già condannati in primo grado e in appello, ribadendo innanzitutto i principi correlati al contratto di spedalità.

La disamina di tali principi è stata affrontata invero dalle sezioni civili e unite della stessa Corte (Cass.S.U.1.7.2002, n.9556).

Questo il principio richiamato dalla Cassazione per decidere anche il caso di specie: “L’accettazione del paziente in una struttura deputata a fornire assistenza sanitario-ospedaliera, ai fini del ricovero o di una visita ambulatoriale, comporta la conclusione di un contratto di prestazione d’opera atipico di spedalità, in base alla quale, la stessa è tenuta ad una prestazione complessa, che non si esaurisce nella effettuazione delle cure mediche e di quelle chirurgiche (generali e specialistiche) già prescritte dall’art. 2 legge 132 del 1968, ma si estende ad una serie di altre prestazioni, quali la messa a disposizione di personale medico ausiliario e di personale paramedico, di medicinali, e di tutte le attrezzature tecniche necessarie, nonché di quelle lato sensu alberghiere (v. Cass., 26/1/2006, n. 1698; Cass., 14/7/2004, n. 13066; Cass., Sez. Un., l/7/2002, n. 9556; Cass., 22/1/1999, n. 589; Cass., 21/12/1978, n. 6141).”

Nella fattispecie, la suprema Corte evidenzia come la situazione della vittima richiedesse una specifica protezione, cioè la collocazione al piano terra, in una stanza dotata di finestra debitamente protetta e di sorveglianza assidua, certamente non assicurata dalla presenza, di notte, di una sola inserviente per 15 pazienti.

La struttura, invece, secondo i magistrati, non era affatto attrezzata per un tale compito.

Il punto decisivo era stato in realtà affrontato dal tribunale in primo grado, come giustamente ricorda la stessa Cassazione nella sentenza in commento: “la struttura non era neppure autorizzata ad accogliere pazienti non autosufficienti; inoltre, il responsabile della casa di riposo “che di tutto ciò era o doveva essere perfettamente a conoscenza, dunque avrebbe dovuto non accettare la donna dal momento che la struttura che egli dirigeva e di cui aveva la responsabilità non aveva le qualità necessarie per assicurare il ricovero in condizioni di sicurezza. Pacifica dunque la sua responsabilità”.

Quanto alla responsabilità della dipendente, la Corte considera la mansione di controllo dei pazienti ricoverati svolta dalla imputata, la quale ha assunto “di fatto una posizione di garanzia nei confronti dei degenti”.

Non vale a escludere la responsabilità il fatto che la imputata non avesse le qualifiche professionali richieste per svolgere un lavoro di infermiera, considerato che tale circostanza non ha impedito alla donna di prestare la propria piena collaborazione nella gestione della casa di riposo dove di notte i pazienti ricoverati rimanevano affidati solo a lei. Inoltre la stessa comunque, prestava da tempo la propria opera in una struttura per anziani e doveva pertanto essere a conoscenza dei problemi tipici dell’età avanzata e dei disturbi collegati alla malattia di determinarsi e rendersi conto delle proprie azioni.

Sottolineo l’importanza di una sentenza del genere, tra l’altro, per capire come sia necessario ormai che le case di cura predispongano una adeguata valutazione del rischio giuridico, ciò anche alla luce dell’obbligo per le strutture sanitarie del Lazio (Decreto n.183/13) di dotarsi entro il 2014 di un modello organizzativo ai sensi del D.lgs. 231/2001 in materia di prevenzione dei reati.